La Valle del Vajont formata dal fiume omonimo e chiusa nel suo sbocco dalla diga del Vajont è diventata tristemente famosa a causa del disastro avvenuto nella notte del 9 Ottobre 1963. La Diga del Vajont è una diga completata nel 1961 sotto il Monte Toc, 100 km a nord di Venezia. E' ancor oggi la seconda diga ad arco più grande del mondo misurando 262 metri in altezza. Il bacino fu costruito dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità), la quale informò l'opinione pubbblica che prima di costruire la diga erano state fatti degli attenti studi idrogeologici, incluse delle analisi relative alle vecchie frane e che la zona era da ritenersi sufficientemente sicura. Il 4 Novembre del 1960 avvenne una prima frana di circa 1.000.000 di metri cubi che piombarono nel bacino dando luogo ad un'onda di 2 metri che, all'impatto con la superficie della diga si sollevò fino ad un'altezza di 10 metri. Non si registrano danni, ma il fatto era un monito fin troppo evidente. Sul luogo della frana il terreno continuò a cedere, e si formarono larghe fenditure sul terreno che abbracciavano una superficie di interi chilometri. In quel periodo in Italia si stava nazionalizzando il settore energetico sotto l’ENEL e la Sade era veramente ansiosa di vendere il bacino del Vajont alla neocostituita società e cercò di far tacere le voci dissidenti. Il 9 Ottobre 1963 alle 22.39 si compì l'ultimo atto di una tragedia umana. Una frana gigantesca di 260 milioni di metri cubi formata da foreste, rocce e terra, si staccò dal Monte Toc e precipitò nel bacino danneggiando gravemente la zona di Erto, Casso e Codissago con molte vittime e generando un’onda di 50 milioni di metri cubi che scavalcando la diga (che per fortuna riuscì ad assorbire l’urto) andò a schiantarsi contro i paesi di Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova e Faè, uccidendo 1,450 persone. La tragedia del Vajont costò la vita a circa 2.000 persone. Ironia della sorte, il termine Vajont nel linguaggio locale significa “Va giù” e Toc significa “Marcio”.
Paese posto sopra la diga del Vajont e sfiorato dall'onda. Per gli amanti delle passeggiate consigliamo di raggiungerlo imboccando il sentiero posto quasi di fronte alla Chiesa eretta vicino la diga in onore alle vittime del disastro. La camminata è piuttosto tranquilla e conduce in 45 minuti al paese che conserva ancora oggi l'atmosfera di quella notte. A Casso oramai vivono pochi abitanti.
Dopo alcune centinaia di metri dalla diga sulla sinistra si vede un'alta parete che viene usata come palestra di roccia. Fatte altre due curve s'imbocca la stradina che scende da destra, si può parcheggiare sul piccolo spiazzo che fiancheggia la strada.
La strada attraversa la frana e porta a Pineda permettendoci di vedere il monte Toc e la famosa "M" di Muller formatasi dal distacco della parete del monte. Dopo circa un'ora di cammino la piccola strada asfaltata scende verso Pineda e sulla destra la segnaletica ci indica il sentiero per Casera Ditta.
Il sentiero dapprima in leggera salita dopo un pò diventa piano e così si mantiene per tutto il tratto che attraversa il bosco fiancheggiando la Val Mesaz. Dopo aver oltrepassato la sorgente la Meisa, si trova un bivio, si tiene il sentiero che scende a sinistra e poco dopo il sentiero esce dal bosco per attraversare ghiaioni e macchie di pini mughi. Il sentiero scende fino all'attraversamento del torrente Gè di Lavéi che nasce nel monte Toc; risale ancora un pò e prima di cominciare la discesa riusciamo a intravedere il tetto della Casera Ditta.
Attraversato il ponticello sul torrente Mesaz, si sale per cinque minuti e si arriva alla casera dove si può dormire o consumare il pasto per recuperare le fatiche spese. Il ritorno avviene percorrendo lo stesso sentiero dell'andata.
Difficoltà: facile Tempo di percorrenza: 3,5h (andata e ritorno)
Provincia: Pordenone
Regione: Friuli Venezia Giulia